29 aprile

Ho sepolto lei con te, sotto una coltre di terra umida e gentile. Ti stringe le mani fredde e ti accosta la fronte alle guance magre, per sempre immobili, la mia infanzia.

Un’infinita buonanotte a entrambi, papà.

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Storia di un impostore

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Questo che segue è un riassunto il più possibile privo di menzogne e altri giochetti retorici da fannulloni di quella che è stata la mia vita dalla nascita fino ad oggi. Si tratta di circa 1400 parole. Non ne scrivevo così tante tutte insieme per me stessa da marzo 2012 e infatti se non voleste leggerle ne sarei comunque molto contenta.


È la sera del 19 ottobre 1990 quando mia madre si ritrova a rischiare di partorirmi in una macchina lanciata come un bolide in direzione dell’ospedale di Lamezia Terme. Sua sorella minore, inginocchiata sul sedile di fianco a lei, le tiene serrate le ginocchia dicendole: “Maria, ti prego, contieniti”. Leggenda vuole che la mia testa abbia iniziato a vedere la luce a causa di una sonora risata di mia madre, un bel caso esempio di come il riso non sia destinato solo a seppellirci.

L’epopea breve della mia nascita si conclude con un paio di schiaffi assestatemi dalla ostetrica perché non ne voglio sapere di piangere – ragazzi, facciamo pace con il fatto che non tutti i bambini siano dispiaciuti di uscire fuori dalle loro madri – e con lo stupore della mia genitrice per il fatto che, a quanto pare, non so chiudere gli occhi e mi guardo intorno con l’aria sconvolta di chi non ha veramente idea di dove sia finita.

La mia espressività di “livello superiore” e la mia neonatale incapacità di dormire decreteranno per sempre il mio destino: sono un bambino indaco.

Se tra l’inizio degli anni ’70 e la fine dei ’90 vi siete persi le teorie legate all’arrivo sul pianeta di una nuova razza speciale di ragazzini, siete stati molto fortunati. Moltissimo. Reperti dell’epoca come raccolte di ritagli di giornale, pubblicazioni pseudo scientifiche e libri dalla copertina flessibile tempestati di nuvole, raggi laser e spettri animici colorati sono oggetti che hanno letteralmente invaso le librerie, le bancarelle dei mercati di provincia fino a giungere anche nelle case più insospettabili, prendendo posto tra lo scaffale della letteratura russa e quello dei classici greci, esattamente come è avvenuto a casa mia.

Per i lettori più pigri fornirò una breve descrizione di ciò che si intende per “bambino indaco”, tratta da una fonte molto autorevole in temi fantastici quale Wikipedia:

Quello dei bambini indaco (in inglese indigo children o semplicemente indigos, “gli indaco”) è un concetto pseudoscientifico[1] nato nell’ambito della subcultura New Age con cui si indica una generazione di bambini che sarebbero dotati di tratti e capacità speciali o soprannaturali. Il fenomeno, descritto da alcuni autori già con riferimento agli anni sessanta, si sarebbe intensificato dagli anni novanta in poi, cosa che, secondo le credenze New Age, preluderebbe all’imminente evoluzione dell’umanità preannunciata da tutte le correnti del pensiero New Age.

Chiaro, no?

Ora.

Immaginate il 1996. Più precisamente il settembre del 1996. Stringendo ancora di più sul dettaglio strizziamo gli occhi e mettiamo a fuoco il mio primo giorno di scuola.

La mia formazione è già ampiamente avviata: so leggere, coniugo bene tutti i verbi che conosco, coloro senza difficoltà nei margini da tempo, ho appreso i primi elementi di scienze naturali e di letteratura classica, ho i miei personali gusti musicali e mi piacciono i film su robot e viaggi interstellari, il tutto grazie alla costanza e al cipiglio didattico che caratterizza la pressoché totalità della mia famiglia. Sono, oggettivamente parlando, una bambina atipica con le sue minuscole complessità e convinzioni. Il mio primo contatto con l’immacolata società infantile fuori dalle mura domestiche si rivela dunque drammatico, prima di tutto perché – realizzo con profondo panico – io non parlo la lingua del luogo. Un assoluto tradimento da parte dei miei genitori.

“Mamma, che dice quella bambina?!”
“Giuli, ti sta chiedendo come ti chiami…”
“Mamma, aiutami, non la capisco.”
“Chiede se ti vuoi sedere vicino a lei in classe…”
“Mamma, non mi lasciare qui, non voglio. Portami a casa.”
“Ma Giuli…”
“MAMMA.”
“Hai sentito la campanella? Significa che si entra! Vai, dai, divertiti!”

Forse il mio amore/odio per i linguaggi pianta il suo seme in me proprio durante quei giorni di totale incomunicabilità. Ripeto, era il 1996, in quell’anno sono stati scoperti 562 nuovi corpi celesti, in Italia il gruppo dei Cannibali cominciava a pubblicare romanzi dai titoli sottilmente terrorizzanti che mia sorella comprava e leggeva tutti, usciva L’ombra dell’Impero, Sepùlveda scriveva un romanzo per bambini stracciacuore, uscivano al cinema Dragonheart, Evita, Mission: Impossible, Il paziente inglese, c’è stato l’attentato di Manchester, Bill Clinton, la pecora Dolly, ma nonostante questo i miei maestri erano ancora costretti a fare lezione in due lingue, traducendosi dal dialetto all’italiano di continuo. Praticamente l’approccio educativo della RAI nel 1960. E durante questa trasmissione schizofrenica dovete immaginare me che non capisco il 50% di ciò che si dice, mentre di ciò che dico io i miei coetanei non capiscono il cento-per-cento.

Inizio presto a scrivere e a raccontare ai parenti cronache fantastiche di ciò che mi accade a scuola per rendermi la reclusione più sopportabile. Il precoce sviluppo che subisco durante le varie fasi di isolamento convince mia madre che io sia ancora più speciale mentre inizia ad annidarsi in me un sentimento di menzogna costante.

Mio padre, personaggio molto influente in paese e genio delle lettere mancato, un giorno mi dirà saggiamente: “All’interno di una stanza devi avere sempre la certezza di essere la migliore tra tutti, ma devi essere brava a non farlo capire. Tienitelo per te finché non è necessario esprimerlo”. Il primo comandamento del comecazzo secondo le regole di vita di un uomo che aveva fatto dell’insuccesso consapevole il suo stendardo. In sostanza mi stava dicendo di essere modesta. Modesta oltre ogni ragionevole limite.

Mia madre, invece, continuerà per sempre a ricordarmi che sono speciale. Perché? Perché ho l’anima blu, sono nata così. Non ci posso fare niente, porca puttana, niente. Lasciatemi essere un fottuto genio! Papà, lasciami dire che sono speciale a TUTTI.

Questo tipo di scissione emotiva in un esserino di meno di 10 anni provoca effetti catastrofici sulla sua vita che nel mio caso si riassumono in una ricerca metodica del fallimento.

A 8 anni ho iniziato a suonare il pianoforte, a 11 il flauto, a 12 il contralto, a 13 il flauto traverso e il clarinetto con l’intenzione di passare al sax, a 14 ho approcciato batteria, basso e tastiere. Ero a tutti gli effetti una polistrumentista di circa 35 kg. Sono entrata nella banda, in breve sono diventata flauto solista, ho vinto diversi concorsi regionali, ho aspirato all’ingresso in orchestra finché non ho iniziato a sentirmi troppo… brava.

Vedevo la bravura come un baratro oscuro senza fondo, una corruzione degli equilibri umani, altro che una vetta da scalare per vedere dal cielo la terra. Era troppo.

Ho smesso di suonare, dimettendomi da bande, gruppi, squadre, smettendo di pagare all’improvviso il noleggio di strumenti che adesso non so nemmeno più reggere in mano. Il rifiuto è stato così totale che ad oggi non so nemmeno più leggere uno spartito.

Dopo questo, tutto ha seguito la stessa dinamica.

Ho frequentato il liceo artistico, nel giro di due anni sono diventata un’ottima ritrattista, mi sono concentrata sul modellato riuscendo nel tutto tondo con tre anni di anticipo sul resto della mia classe. Dopo aver realizzato la testa di un leone senza neanche una foto di esempio da seguire sono stata trascinata per i capelli in un’altra lunga serie di concorsi prima regionali, poi nazionali. La mia reticenza a spostarmi costringe i professori che stanno investendo su di me a scortarmi personalmente a loro spese nei luoghi in cui si tengono le gare, anche durante gli orari di scuola. Perché lo fanno? mi chiedevo. Perché ci tengono così tanto?

Sono ancora minorenne quando vinco un concorso nazionale per riproduttori di Michelangelo all’Accademia di Belle Arti di Napoli posizionandomi ventinovesima su 38 vincitori totali.

Riproduttore.

In altri termini, un falsario.

L’idea di passare la vita a creare statue da giardino in gesso con le perfette sembianze del David mi demoralizza, quella di trascorrere i miei giorni in cantieri di restauro mi toglie l’aria; quell’anno ho già subito gli effetti di un leggero avvelenamento da solventi che non voglio riprovare mai più.

Soprattutto, non voglio mentire.

La facilità e i tempi con cui raggiungo determinati risultati mi sfianca, mi fa pensare che non sia la verità quello che mi dice il mondo: non sono così brava, voi non vi rendete conto, è tutto falso. Vi sto dicendo una bugia e voi me ne state raccontando un’altra pensando che questo ci renderà la vita più lieve.

Con la scrittura? Non ne parliamo. Alle prime richieste serie di collaborazione ho chiuso tutti i miei blog e non ho mai più scritto nulla per me, ho iniziato a scrivere per gli altri e solo a pagamento. Mai per hobby, mai per mia volontà o per pura ispirazione. Gli altri e la loro verità prima di tutto.

Ora faccio il copywriter, racconto bugie che sembrano molto vere per vendere prodotti di cui spesso non mi interessa nulla. Un falsario, ancora una volta, ma delle parole.

E più mi viene detto che sono brava, meno ci credo.

Non sono brava, non sono blu. Sono un impostore.

E voi siete qui solo perché vi piace ancora farvi fregare dalle bambine che sembrano blu.

Non ci siamo mai soffermati a parlare di un caldo che fosse sopportabile

Roma, 27 luglio 2013

È sconcertante quanto possano somigliarsi tra di loro gli uomini che vorrebbero portarti a letto: sono tutti sicurissimi. Di loro stessi, ma soprattutto di te. Ti hanno capita, ti conoscono bene, sanno esattamente cosa pensi, in ogni momento. E la cosa cui pensi più spesso è naturalmente il loro pacco. Ti parlano di qualsiasi cosa, di musica, di arte, del fascino di Roma di notte, ma con gli occhi dicono una cosa soltanto ed è: “Lo so che lo vuoi”.

– E quindi ti trasferisci in zona Pigneto…
[Lo so che lo vuoi.]
– Sì.
– Come mai?
[Lo so che lo vuoi.]
– Costa meno e mi pare ugualmente comoda, per quelle che sono ormai le mie abitudini più consolidate.
– “Le tue abitudini più consolidate”.
[Lo so che… aspetta. Eh?]

Dentro di me penso “tipo frequentarmi inutilmente con un uomo che abita davanti al cinema Aquila e bere secchiate di gin gin mule a Parco del Torrione Prenestino”, ma non lo dico.

– Ad esempio i concerti. Non so se ti ho detto che mi occupo di musica.
– Ah sì, giusto!
– Ecco, alla fine passo le mie stagioni al Circolo degli Artisti da ormai quattro anni.
– Le tue ultime sedici stagioni, dunque.
– Ehm sì.
– Pensaci, potrebbe essere un bel titolo per un romanzo!
– “Sedici stagioni”. Non suona benissimo, ma è un’idea che mi appunto.

Fortuna vuole che mi suoni il cellulare: la voce di Nina Simone che dice “Love or leave me or let me be lonely” mi ispira sempre grandi fughe.

– Pronto?
– Ciao, Giulia! Scusa se disturbo ma noi abbiamo lasciato San Lorenzo, vorremmo andare al centro e ho pensato se ci consigli un posto tu.
– Maria, è una gioia sentirti! Dovete assolutamente venire a Trastevere. Siete in macchina, giusto?
– Sì, quella di Marco.
– Ok, vi aspetto a Piazza Trilussa.
– Va bene! Piazza Trilussa.  Arriviamo.

Maria è la ragazza tedesca cui ho affittato la mia stanza. Ha un’aria da pecorella smarrita che mi turba piacevolmente. Giusto stasera ha portato le sue cose a casa e adesso è in giro a folleggiare con un amico milanese molto gentile e tre biondine che non spiccicano una parola di italiano. Spero che almeno una di queste catalizzi l’attenzione feromonica del mio attuale accompagnatore.

– Claudio, stasera colgo l’occasione per presentarti la ragazza che mi subentra a casa.
– Ah… le hai detto di venire?
– Sì, ci raggiunge in macchina tra poco. È con un amico e tre ragazze dall’aria simpatica.
– Io stavo pensando di portarti in un posto…
– Perfetto! Non dirmelo, farai una sorpresa a tutti!

Di recente ho rischiato di ottenere un posto fisso in un call-center. Il capo al briefing ci fa: “Le donne sanno essere molto più convincenti, ma gli uomini sono abituati fin da ragazzi a gestire il rifiuto. Questo li rende meno esplosivi ma molto più affidabili. Dovete imparare ad incassare i no col sorriso”.
Claudio rientra pienamente in questa definizione, nei tratti perfetti del suo viso dilaga una delusione incontenibile, ma abbassa lo sguardo sul tavolo, si scola il fondo del suo cocktail buttando la testa all’indietro e dopo un interminabile secondo di silenzio decreta: “Perfetto”. E mi concede un sorriso smagliante seppure un po’ rigido.

Come avevo previsto, l’arrivo della macchina rossa targata MI risolleva le sorti sia della mia serata che della serata di Claudio, i cui occhi scivolano immediatamente nel solco del seno di Kharla, la bionda più alta le cui capacità di interazione linguistica si fermano a “Hello everybody!” ma che sa smontare dalle auto con grazia ineccepibile.

– Ciao!
– Ciao Giulia, ce l’abbiamo fatta! C’era un traffico!

Tra i vari ehi, piacere, hello, I love Trastevere, che caldo, una nuvola di quiete languida mi sembra avvolga la persona di Marco.

– Ciao Giulia.
– Ciao Marco, da quando tempo!
– Eggià, non ci si vedeva da un po’. Almeno un’oretta.
– Fai pure due…
– Sì, insomma. Un’eternità.

Non sono debole alle piacionerie, solitamente flirto con gran disinvoltura, eppure sono ancora molto sensibile agli uomini che hanno la battuta pronta.

– Mi offri da bere?
– Con piacere, ma non sono del posto.
– Claudio! Tu che sei del posto… dove beviamo?
– Cosa ti va di bere?
– Vino bianco. O anzi, no. Un cocktail, fresco, pestato. La mia aura invoca un mojito.
– Perfetto! Vi porto verso il mojito migliore della zona, nonché probabilmente il migliore che hai mai bevuto, Kharla.

Kharla e le sue tette sorridono inebetite e noi con loro.

Dopo aver camminato per mezz’ora nell’arsura serale, arriviamo in uno dei tanti lounge bar sul Lungotevere.
Il mojito che mi servono potrà essere il migliore della zona, e me ne dispiaccio, perché non solo non è il migliore che abbia mai bevuto ma non rientra neanche tra i primi dieci. È un mischione di ghiaccio, zucchero, pezzi di menta e troppo alcool miscelato male. Le foglie di menta, però, sono infilate nei cubetti di ghiaccio e la cosa fa scena, lo ammetto. Il packaging è da voto 8.

– Bella la menta nel ghiaccio, eh.
– Sì esatto, diciamo che è un bel mojito…
– Senti, io sono stanco, accaldato e praticamente ubriaco. Ho bisogno di sapere se tu e Claudio siete una di quelle coppie un po’ così…
– Un po’?
– Così, allegre.
– Frou frou?
– Ecco sì! Se siete aperti. O se non siete niente.
– Non siamo niente.
– Niente?
– Niente.
– E tu sei qualcosa per qualcuno?
– Certo. Sono una pessima figlia per mia madre, una confidente incostante per le mie amiche, ma anche una piacevole compagnia per molte altre persone, anche se sempre un po’ trascurabile.
– Va beeeene…. ho capito.
– Ti ho messo in imbarazzo?
– No, ci mancherebbe.
– E tu sei?
– L’ex ragazzo di Maria.
– Ah.
– Eh sì.
– Non avevo capito. E adesso?
– Uno dei suoi migliori amici.
– E ti spiace?
– No, no. Non più.
– Ottimo, ragazzo. Perché è una serata in cui penso che potrei morire se vengo messa da parte ancora un po’.
– Non mi permetterei.
– Bene.

C’è un momento a metà della notte dove le ore cominciano a confondersi. Prima diventa troppo tardi per tornare facilmente a casa, poi troppo presto per andare a ballare sperando che questo acceleri l’arrivo del mattino. In quel limbo di puro languore alcolico un Fabio Volo qualsiasi vi direbbe che ci si innamora. Io vi dico, per esperienza personale, che molto più spesso si finisce a rischiare la morte. Ed e esattamente per questo motivo che la macchina di Claudio, dopo non poche insistenze da parte di tutti, viene abbandonata in un parcheggio che al suo proprietario sembra geniale ma che ai più sobri del gruppo risulta palesemente irregolare. Oppure sì, geniale se vogliamo: la Fontana dei Quattro Fiumi si vede splendidamente.

La strada per la saggezza ci conduce a casa di Claudio, un microscopico appartamento composto praticamente da un’unica stanza che è bagno, cucina, cabina armadio e camera da letto, più 700 ettari di terrazza affacciata su Largo Febo.

Trascino fuori sulla terrazza una sedia che non saprei dire se è effettivamente una sedia sulla quale ci si può accomodare o se si tratta di un articolo di design solo da ammirare, ma comunque mentre me lo chiedo constato che è comoda. Ho rubato dal frigo l’unica bottiglia di acqua minerale che c’è e, aspettando l’alba, comincio a smaltire lentamente la sbornia.

Dopo un poco a raggiungermi fuori, nel silenzio più assoluto, è Claudio.

– Ma perché deve fare tutto questo caldo?

Chiedo lamentosa.

– Sì, nun se riesce manco a scopa’.

Risponde signorilmente.

– Ahah! Mi dispiace, amico.
– E pure ammè. Gran caldo, in effetti, no? Insopportabile.

Sì.

– Non ci siamo mai soffermati a parlare di un caldo che fosse sopportabile.
– Non ci siamo mai soffermati a parlare di niente che fosse sopportabile.

Sì.

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Roma, sempre il 27 luglio 2013

Contro la violenza su noi stesse

La prima violenza ce la siamo fatta quando abbiamo detto “d’accordo” alla distinzione tra le cose da maschio e le cose da femmina. Poco dopo, quando abbiamo detto “d’accordo” a lui, perché altrimenti ci lasciava. Non molto più tardi, quando abbiamo accettato che la nostra avvenenza era naturalmente una moneta di scambio. “Sei schiava della tua bellezza”, ci hanno detto. Non arrabbiarti se un giorno ti stuprano.
Ci siamo fatte violenza nel momento in cui ci siamo adattate per non suscitare rifiuto e disinteresse.
Ci siamo fatte violenza quando abbiamo deciso di rimanere insieme a un uomo cui dovevamo perdonare delle cose. Quando abbiamo scelto come compagno di vita un individuo incapace di riconoscere in se stesso l’errore e la crudeltà, e autonomamente scusarsene. Quando abbiamo voluto non meritarci il suo rammarico, perché dovevamo essere noi ad elargire la grazia dall’alto illudendoci così di mostrare maggiore dignità.
Quando abbiamo abusato del femminismo. Addobbandolo, impaillettandolo, ricoprendolo di sonaglini e scritte stizzite in Uniposca rosa. L’utero è mio, lo stai vedendo bene?
Quando ci siamo lasciate convincere che la gentilezza non potesse di certo portare a scopate epocali e quando ci siamo dette che nelle scopate epocali dovevamo per forza di cose subire. Ci siamo fatte violenza quando alla domanda “ti piace?” abbiamo risposto “sì”, anche se non era vero. Anche fuori dal letto.
Ci siamo fatte violenza quando fare o meno i pompini si è trasformato nel simbolo definitivo della nostra emancipazione. Mentre la nudità diventava insignificante e noi continuavamo a crederci endemicamente preziose.
Ci siamo fatte violenza quando abbiamo basato una storia d’amore sul ricatto, chiedendo a un altro di salvarci da qualcosa, se non altro da noi stesse.
Quando abbiamo comunemente accolto l’idea di un uomo che deve sentirsi libero, al quale il nostro solo esistere potenzialmente toglie l’aria. E quando abbiamo pensato che la nostra libertà, invece, si esprimesse solo nel prendere e mai attraverso ciò che avremmo lasciato.
Ci siamo fatte violenza il giorno in cui abbiamo scelto un padre per i nostri figli e non un compagno per noi stesse.
Ci siamo fatte violenza tutte le volte in cui ci siamo sentite menomate nel non desiderare una prole e tutte le volte in cui l’abbiamo desiderata per sentirci meno sole o quando la solitudine ha combaciato con l’abbrutimento. ­
Ci siamo fatte violenza quelle volte in cui non abbiamo detto “ti amo” per non sentirci deboli e anche le volte che lo abbiamo detto per sentirci potenti.
Quando abbiamo voluto riconoscerci solo come vittime di qualcuno e mai come aguzzine di noi stesse.
Ci siamo fatte violenza quando abbiamo avuto bisogno della parola “femminicidio”, mentre scientificamente l’amplesso è descritto come “penetrazione” e altro termine corrente dentro al quale non svanisca ciò che la donna fa non è stato ancora ideato.

E dunque oggi ci stiamo sentendo più delicate o, chessò, difese?

Foto di Giovanna Eliantonio

Foto di Giovanna Eliantonio

Ti vedo, sai? Piangi sempre ai concerti

Questo era uno di quei giorni perfetti per avere un lavoro, un cane o un figlio. Così da sentirsi costretti a vivere: a uscire, camminare, fare la spesa, comprare un gelato, sorridere, prendere il sole negli occhi. E parlare. Ho passato due giorni senza parlare. Non ho visto nessuno e non ho ricevuto telefonate, per cui mi sono svegliata in silenzio e sono tornata a dormire in silenzio, per due giorni. Praticamente un monaco tibetano.
Poi all’improvviso la mattina del terzo giorno ho dovuto rispondere al citofono e mi sono trovata a  fare uno sforzo smisurato solo per dire “Sì?”.
“Signora, mi apre? Non riesco ad entrare”
“E… chi è?”, pronuncio con voce da spettro.
“Signora, è la postina…”
“Non poteva dirlo subito?”
“Mi scusi?”
clic
Mi sono affacciata dalla finestra per guardarla entrare, tenere aperto con una mano il pesante cancello e intanto con l’altra trascinarsi goffamente dietro il carrello con la posta. Io un monaco con un voto infranto e lei una creaturina del mondo impegnata a svolgere la sua missione naturale.

Ieri sera sono rimasta a casa, nonostante avessi voglia di correre. Il quartiere era in totale blackout e ho pensato che scendere a mezzanotte per farmi qualche chilometro poteva significare solo svanire inghiottita dal buio.
Ma “Non mi sembri tipa da svanire nel nulla”, mi hanno detto. E ho pianto, perché è tutta la vita che mi accusano del contrario.

Adesso, invece, è la fine di un giorno incolore, inodore, insapore.
Indolore.

Senza lavoro, senza un cane e senza nemmeno un figlio.

“Da settimane mi sembra di non sentire niente”
“Ma non è vero. Io ti vedo, sai? Piangi sempre ai concerti”.